Lo sguardo di Barthes «una foto può essere l’oggetto di tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare, subire, guardare»

La fotografia, nella sua interezza, mi anima e si fa animare, eppure nello spectrum assume la morte in modi differenti. Barthes, infatti, ritiene che ci siano due possibilità per qualificare la foto: la foto differenziale, che descrive oggettualmente, rimandando a un’identità in cui consiste la differenza del soggetto rispetto ad altri; la foto essenziale che è “la scienza impossibile dell’essere unico”. Quest’ultima coglie del referente, dello spectrum, la sua verità: l’aria. L’aria è espressione della verità del soggetto fotografato. Nonostante non sia che un sentire che invade lo spectator, attraverso un dettaglio che apre una ferita -entrata principale di questa verità-, è un elemento che continua a essere legato all’evidenza, alla totalità del fotografato: mentre mi fa giungere alla verità del soggetto fotografato, facendomelo riconoscere, mi dice di più ovvero che il soggetto non può essere scomposto. Non soltanto non può essere colto per differenze, dunque, ma il tentativo di guardare in profondità la verità unica della sua essenza non mi fa scoprire niente di più, nient’altro che una foto che si sgrana.

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